(ricordando
Caorle .. bozza del 20/07/98)
Mi
sveglio alle prime luci dell’alba, nell’ora in cui il popolo della notte va a
dormire e quello del giorno comincia a camminare.
Mi
alzo dal mio letto scricchiolante, il pavimento è di plastica con un motivo che
dovrebbe richiamare le venature del parquet, macabra eredità degli anni ’70.
Mi
lavo il viso con gli occhi ancora chiusi ma conosco ogni centimetro di questa
casa. Mi vesto con gonnelline leggerissime, impensabili in città, giro la
chiave nella porta e l’eco rimbalza per le scale.
Scendo
con le ciabatte in mano perché a quell’ora non posso far rumore e incontro i
primi occhi timidi che mi salutano: è la donna delle pulizie che pulisce il
porticato del palazzo.
Apro
il cancelletto ed esco. Puntualmente sale alla memoria la mia infanzia, quando
abitavo due case più in là, quando la mattina passava la “signora del pesce”
con un carretto diroccato e il volto
scavato dal sole.
Dopo
pochi passi arrivo al lungomare: il mio mattino inizia qui.

Il bar della spiaggia è ancora chiuso, gli ombrelloni sono allineati fino al faro, tutti chiusi in cappucci azzurri.
Fino a qualche anno fa a questo punto
avrei incontrato due occhi conosciuti dei bagnini che man mano si sono
succeduti. Oggi alcuni di loro sono sposati, un altro è entrato in marina e di
altri ho perso le tracce. Oggi invece sfioro un volto sconosciuto, occhiali da
sole, walkman e testa bassa che con il retino pulisce la spiaggia.
Continuo a passeggiare affondando i
piedi nudi nella sabbia fresca, non sopporto la costrizione delle scarpe in
estate! Attraverso la battigia, le orme della trattore che pulisce la riva sono
ancora fresche, qualche appassionato corre sulla spiaggia e qualche
imperterrito tedesco ultrasessantenne con la cuffia in testa, si accinge a
godersi il primo bagno della giornata.
Ora sono un po’ più sola con il mio
mare.
Cammino verso est dove il sole sta
sorgendo, c’è bassa marea, gli scogli sono nudi. Le onde piatte, lente e silenziose si aprono pian piano un varco
nella mia anima.
Ogni anno, e questo è il ventidueesimo,
faccio questa passeggiata e, ogni anno, il mare aspetta il mio ritorno. Il suo
ombreggiato specchio d’argento rapisce i miei occhi e, come la notte di
capodanno, inizio a ripensare all’anno appena trascorso. Di primo acchito mi
pare che nulla di clamoroso sia accaduto, poi ricompaiono gli sguardi e le voci
delle persone amate, banali aneddoti, parole incastonate qua e là e mi sento immensamente piccola di fronte a
ciò che mi sta raccontando il mare.
L’occhio di sole ad est è ora un po’
più ampio. Abbasso la testa e cammino un po’.
Qualche conchiglia strana mi
incuriosisce, la raccolgo e la tengo con me. Ai bambini piacerà. Penso che mi
mancano quei tre marmocchietti, mi chiedo sorridendo un po’ a come sarò da
grande, come sarò da mamma… e penso che solo il mare mi da lo spazio di pensare
a cose così lontane… nessun amico nella vita te lo concede.
Mi fermo per una sosta.
Salgo le scale e mi siedo al baretto di
“Schippie” lui non mi riconosce più
perché sono cresciuta, però io lo vedo, sempre con la sua vecchia vespa bianca.
Adoro quel chiosco perché per due terzi della veduta posso vedere solo mare e
spiaggia, la città e tutto il resto sono alle mie spalle. Mi godo una calorica
colazione che non mi sarei mai permessa in altre circostanza, ma oggi è festa.
Da qui posso inebriare i miei sensi: il gusto che si assapora un toast
imburrato, l’udito importunato da un vociare lontano e discreto, l’olfatto
incuriosito dall’aroma del caffè unito all’acre odore del mare e la vista
narcotizzata da un’overdose di colori. Pago quel volto antico, un po’ burbero,
e scendo nuovamente le scale.
Qui le onde si infrangono sulla
scogliera che ha preso il posto della spiaggia e pizzica un po’ il naso. Incontro qualche nonno che accompagna
i propri nipotini alla classica “passeggiata di salute”.
Dopo qualche metro, superata la zona
degli alberghi e la curva dei marinai, mi trovo uno scoglio abbastanza piatto e
mi siedo.
Ho camminato verso est e l’occhio di
sole, ancora un po’ più grande, è ora di fronte a me.
A questo punto prego. Prego Dio e gli
chiedo scusa per gli errori commessi, per le persone che non ho amato e per non
esserGli stata riconoscente, a volte piango un po’. Non so se è giusto o
sbagliato, se lo faccio per auto assolvermi però, dopo un po’ di tempo che sono
lì (non sono mai riuscita a contarlo e
per una volta nell’anno non mi importa del tempo) mi sento stranamente
sollevata e la mia anima offuscata si fonde con l’azzurro del mare e vivo in
uno strano limbo di luce e tranquillità. Poi alzo la testa lentamente e mi accorgo di un raggio di sole che trafigge
la superficie del mare, come una freccia luminosa e penso che Dio mi ha
perdonata.
Ora sono leggera, e ho ritrovato la mia
purezza. Mi incammino nuovamente e finalmente arrivo alla mia chiesetta. E’ piccola,
abbracciata quasi interamente dal mare, è la Madonna che protegge i pescatori,
è una Madonna umile. A Lei faccio i miei voti, assolutamente segreti, è una
faccenda tra me e Lei.
Quando esco la mia mattina volge al
termine anche se ho ancora un po’ da camminare.
Ritorno per una stradina piccola verso il centro storico, attraverso la
piazzetta dove c’è la “fontana che gira”, il mondo nel frattempo si è
svegliato,i negozi sono aperti, curioso qua e là e torno la turista di sempre e
poi, quasi vicino a casa, ritrovo i miei luoghi.
Compro bomboloni per i miei dal
panettiere di fiducia, poi passo dalla pizzeria e saluto i parenti di Ugo che
sono in gelateria.
Quando raggiungo la spiaggia tutti si
stupiscono del mio arrivo, perché io di solito
a quell’ora dormo, mi prendono in giro, li lascio fare perché ormai sono
rinata.
Grazie Caorle