Mio caro Pessoa,

 

ti scrivo da questo porto di velieri volanti, dove tutto è un andirivieni di caravelle in partenza per nuovi mondi. Vago come l’Olandese condannata a non approdare ad alcun porto. C’è stato un attimo in cui mi sono sentita così persa oggi. Non riuscivo a smettere di piangere e pensare “è che non so dove andare”. Ti chiamavo e non c’eri, imprecavo e comparivi. Non sapevo dove nascondermi e dove rifugiarmi. Ho iniziato a perdermi in sentieri ombrosi, dossi, colline che non facevano paura. Ho trovato dei cartelli che indicavano “tutte le direzioni”, li ho seguiti pensando che forse loro sapevano la strada.

C’era un campo di fieno accanto alla strada. Non era notte, nessuna stella, ma ho provato ancora quel senso di appartenenza alla mia terra. Perché poi, caro Pess, la mia terra è fatta anche di questo: fiumi e laghi, prati, campi coltivati, qualcosa di ancestralmente selvaggio che abbiamo governato, domato in qualche modo goffo e cementizio. E’ una terra che ci ristora e ci tormenta l’anima svelandosi a tratti, all’improvviso.

Mi sono persa anche ora, mentre scrivo e tocca rileggermi per capire quale, delle mille cose che premevano tra la punta della penna e le anse dei miei pensieri, volevo dire. Ti scrivo mentre mangio qualcosa di fresco che lenisca in questa estate torrida, il pugno chiuso che stringe il mio stomaco.

 

Dicevo… mentre vagavo in cerca di una direzione, ho alzato gli occhi per guardare in faccia quel sole che mi spogliava, che odiavo in quel fugace e furente istante, che non nascondeva le lacrime che irrigavano il mio volto e la mia terra. Lacrime che erano il mio fallimento, il mio dolore, la mia speranza, la mia rabbia. Lacrime che anche ora mi appartengono, che sono me e che non esistevano da troppo tempo. Non c’era nessuno, ho gridato quella rabbia del non esistere, la rabbia di una vita piena d’amore e di persone.. persone e amore che non sono io.

 

E poi uno squarcio in quel cielo, per un solo istante incontaminato, un rombo lento e pesante. Un cargo, ne sono certa. All’improvviso ho capito dove volevo andare. Volevo arrivare proprio qui, nel porto dei velieri volanti dal quale ancora ti scrivo. Volevo arrivare dove posso camminare sotto assi da ponte, dove nessuno nota lacrime che scivolano sotto occhiali scuri, dove nonna mi portava quando sognava silenziosa di scappare via, dove ho volato aggrappata ad una rete e qualcuno mi ha imbarcato per realizzare i miei sogni. Qui sono un volto di passaggio. Uno qualsiasi. 

Se tu fossi qui, seduto al tavolo con me, ti chiederei di recitarmi pensieri nella tua lingua calda. Guarderei i tuoi occhi miopi, ferite nascoste da occhiali,  e ascolterei quella voce dell’uomo che è già esistito eppure ancora deve esistere. “Non sono niente, non sarò mai niente, non posso voler d’essere niete, a parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo”, ecco hai scelto uno dei pezzi che preferisco.

 

Tolgo gli occhiali, lascio nude lacrime lente, grosse come un cargo di pensieri irrisolti. Passeggio invisibile tra volti che partono, sorrisi che salutano, lacrime che perdono.

Mi chiedo quanti come me, si sentono spezzati in questo luogo di non appartenenza. Bagagli in movimento abbandonati che nessuno reclamerà. La mia solitudine è la solitudine di ogni persona che mi gravita intorno e questo pensiero anestetizza i colpi di scure sul mio cuore.

Di fronte a me un cartellone pubblicitario scrive a caratteri cubitali “Perché dover scegliere uno stile di vita? Diffidate degli stereotipi”. Rido. Frasi che mi appartengono pubblicizzate su cartelloni patinati.

 

Mi guardo ancora in giro e sono circondata da persone che non parlano la mia lingua. Mi sento estranea in terra natia, e mi piace. Pensano che anche io sia straniera, mi chiedono informazioni e io rispondo in una lingua che non mi appartiene e mi stupisco della mia voce lieve, riemersa da ore di silenzio. Qui mi sento al sicuro. Spero solo che non leggano il mio sguardo mentre alzo gli occhi da queste pagine imbrattate. Vorrei trascorrere il mio tempo in questo luogo che non è una nazione ma è moltitudine di vite che si scivolano accanto senza appartenersi, dove posso essere solo due occhi che sognano dietro una vetrata. Sorrido sentendomi stranita da questa sensazione di sospensione dall’anima, dove l’unica regola fondamentale  è esistere ed essere in movimento. Mi pare di essere su uno degli aerei che vedo decollare davanti a me. C’è un momento, infinitamente fugace, dove senti l’aereo rullare sulla pista e il rumore ingombra ogni pensiero, senti la tensione e l’accellerazione ti schiaccia verso il  tuo sedile. Poi arriva quel prezioso istante in cui le ruote si alzano da terra. Non sei ancora cielo, eppure voli. Poi arriva subito l’adrenalina di un viaggio che inizia. Stai partendo.  Stai tornando a casa o stai andando via ma, in ogni caso, sei movimento e sei aria. La tua meta in quell’istante, è come i miei scritti e i miei personaggi, non ha ancora forma e consistenza, ma esiste.

 

Che altro dirti Pess “Cosa so? Cosa cerco? Cosa sento? Cosa chiederei se dovessi chiedere?”  Lo sai meglio di me, ci sei passato anche tu. Quante volte ti sei sentito lacerare? Quante volte ti sei reso conto che hai distrutto tutto quello che ti hanno insegnato ad essere?

 

E poi quella finestra te la devo raccontare. Il suo muro di sabbia e sassi è stato "casa" per qualcuno.  E' stata  calcina fresca data alle pareti, è stata pulizia.  Poi è stata guerra, è stata echi di bombe, crepe nel muro. E' stata figli, è stata pianti e miseria. E' stata vita è stata morte. E' stata paura fatta di grate alle finestre. E' stata persiane chiuse di legno macilento. E' stata pugni chiusi contro vetri antichi. E'stata grida che chiedevano "torna". E' stata abbandono e umidità, muschio e ragni appesi agli angoli ombrosi. E poi... E poi ancora. Ancora sogno e ancora casa. Ancora tende alle finestre messe da chi sa amare anche il passato. E' ora vernice pennellata da mani inesperte. E' ora anima che sa leggere i ricordi e plasmare il futuro. Io sono stata quella finestra, lo sono stata per un attimo.

Vedi Pess, ho pensato a quanto le persone si usano, tu usi me, io uso te.  Qualcuno usa case che furono usate da altri. Usare… se provassimo a dire “vivere”? Non saremmo ancora io e te Pess? Non sarebbero gli stessi muri che ci proteggono immobili? Ci viviamo accanto, ci impariamo e ci insegnamo. Non so caro Pessoa, dove mi porterà questa vita e quando lo scoprirò sarò morta. Non voglio smettere di farmi domande, mi danno l’anima per questo. E tu cerchi risposte e ti danni l’anima per questo. Chi di noi due sta sbagliando? Nessuno Pess, nessuno. Non troverò mai quel senso di assoluto nelle mie risposte poiché la solitudine che tu vai vivendo, o forse solo cercando per sapere che ti è appartenuta un attimo, io la porto in fondo al cuore. L’ho sempre portata con me fin da quando ho scoperto che tutte le regole e tutta l’educazione che puoi imparare, non ti preservano dalla perdita delle persone che ami. Tutto l’amore che puoi provare non potrà mai cintare la libertà altrui. Non puoi togliere a nessuno la libertà di smettere di soffrire, di morire, di amare, di partire, di crescere ed evolversi. Se impari questo, impari che l’assoluto non esiste e, se esiste, è assoluto solo in attimo relativo. Ma mi scuso, caro amico, mi arrogo il diritto di invadere il tuo tempo con parole che provengono solo dal mio egoismo, dalla mia voglia di appartenere in qualche modo ai tuoi giorni. La mia vita non vuole essere un’appendice posticcia alle tue emozioni, ho davanti ancora molte pagine bianche e molto lavoro da fare, come te del resto. Sento ancora la voglia di trovare altre domande. E’ una piaga, lo so, ma ne vado orgogliosa.

Buon viaggio Caro Pessoa, ti lascio in compagnia della tua inquietudine e dei tuoi libri.