Domenica
di marzo. Scendo a pranzo assonnata più che mai, mi hanno rubato un’ora questa
notte e ho assaporato fino a tardi la compagnia degli amici.
Mi
infilo una tuta e scendo a pranzo. Il nonno oggi mangia con noi. Tutto normale,
un buon pranzo domenicale e il profumo della torta che si diffonde per le
scale.
Tutto
normale… almeno sembra.
In
tv passano le immagini della guerra,
l’ennesimo medioevo in qualche parte della terra.
Si
chiacchera a casa, sembra tutto distante. Parliamo di politica, di economia e
di quello che sta accadendo. Solo ora penso con riconoscenza al mio
insopportabile prof. di geografia dell’ultimo anno che, con la sua arroganza e
la sua anarchia, mi ha costretto a pensare al di fuori degli schemi e dei
confini.
Parlo
con la mia famiglia e mi sento bene perché mi accorgo che mi ascoltano, forse
imparano da me qualcosa di nuovo, mi fanno sentire importante.
Ma…
alla mia sinistra, due occhi cerulei ascoltano da lontano l’eco della mia voce
e tornano indietro di anni, di epoche.
Tutto ciò che dico sulla guerra non ha più importanza, perché ora la guerra è a tavola con me, non più sui libri di scuola.
Il
nonno inizia a ricordare piccoli aneddoti, con timidezza e umiltà, come se la
sua storia non fosse importante e non sa, invece, che la storia di mia madre,
la mia e dei miei figli esisterà perché lui ha resistito, perché ha “portato a
casa la pelle”, perché la sua onestà e la voglia di lavorare lo hanno portato
qui.
Non
smetterò mai di affondare le mie mani
tra l’erba dell’Adige perché so che è da là che vengo. Non me ne voglia papà!
Amo anche la sua terra perché mi ha dato lui… ma il sangue che scorre dentro di
me ha il corso dell’Adige.
Ascolto
il nonno quasi estasiata, tra le sue
parole ritrovo le immagini della nonna che ritorna viva… come forse è sempre
stata. Nei suoi racconti non la chiama per nome, ma dice “con mia moglie”. Mi
trasmette un senso di appartenenza e di unione che un po’ gli invidio. Non so
se sarò mai in grado di unire la mia storia in modo così intenso e viscerale
con qualcuno. Hanno vissuto la guerra loro, insieme. La guerra quella vera e
quella di tutti i giorni.
Nonno
mi racconta dei tedeschi a Verona, delle milizie che erano ovunque anche in
quella assolata campagna, di come tutto sia precario in quei momenti. La sua
pelle l’ ha portata a casa con la patente per i camion. Mi racconta che un
giorno mentre viaggiava con suo fratello, il camion si fermò. Un problema da
nulla, risolvibile con le poche nozioni che, tra spizzichi e bocconi, era
riuscito a rubare con quegli stessi occhi cerulei, che ora magicamente tornano
vivi. Un tedesco osservò come mio nonno risolse il problema con quel motore e
lo portò al comando. Era diventato “utile” e iniziò a viaggiare per loro con un
Alfa 500.
Questo
mi fa pensare. Sono qui a mila km di distanza da quest’ultima guerra e sento le
notizie passare nei Tg, mi schiero tra i favorevoli e i contrari, cerco di
capire i fili economici
e
politici che muovono quei burattini, osservo l’operazione “porta a porta” che
stanno
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effettuando
i militari. Fino a due minuti fa pensavo che fosse una strategia indispensabile
per scovare i seguaci nemici, ora penso che dietro quella porta poteva esserci
il nonno, mamma …io. So che la storia
si scrive con le guerre, purtroppo, e che se io oggi posso essere qui libera di
pensare, di essere, di vedere mio nonno raccontare e mio nipote scoprire la
vita, è perché anni fa qualcuno ha combattuto una guerra anche per me, ma ora è
tutto più insopportabile.
Continuiamo
a raccontare, cerchiamo di ricordare delle date, se l’Italia entrò in guerra
nel ’40 o nel ’42. E’ paradossale che io conosca molto più di loro le date e la
sequenza degli eventi, eppure loro erano lì, possibile che non capissero cosa
stava accadendo? Nonno sa in cuor suo che quello che avveniva in Italia e in
Europa era sbagliato, ma continua a parlare della guerra come se fosse fatta di
piccoli aneddoti giornalieri. Il tesserino con il quale “nessuno poteva dirti
nulla”, i tedeschi ubriachi che giravano, ricorda frasi in un italiano-tedesco
che riportano alla mente vecchi film di guerra: “good per lavorare, tu dormire
qui, non torna a casa”. Eppure ne parla con rassegnazione più che con terrore,
forse con un po’ di riconoscenza per essere stato graziato insieme alla sua
famiglia.
Anche questo mi fa pensare. Ammetto di aver condannato il popolo iracheno perché ai miei occhi non reagisce, non si ribella, vorrei sentirlo gridare! Vorrei che si immolasse per la libertà, per la dignità umana piuttosto che per una causa ai miei occhi assurda. Ma forse mi sbaglio. Forse anche quel popolo è fatto di qualcuno che resiste, con gli occhi stanchi, vivendo di espedienti che li portano alla fine di un’altra giornata e forse, tra cinquant’anni, ci sarà qualcuno come me che, in un’altra lingua, racconterà della sua storia e di quella della sua famiglia. Non smetto di sperare in questo, non smetto di pensare che il mio Dio o il loro, ha in mente qualcosa di immensamente grande per permettere ciò che sta accadendo.
Le guerre finiscono, spero che questa finisca il prima possibile e spero che quel ragazzo iracheno, che tra cinquant’anni scriverà come me, possa scrivere altre pagine nel suo diario piacevoli, come quelle che questa domenica ha serbato per me.
Mamma inizia a raccontare dei suoi amori adolescenziali, dei sogni che si fanno e finalmente racconta a suo papà tutte le innocenti bugie che gli ha nascosto in questi anni.
E’ bello vedere nei suoi occhi lo stesso guizzo furbo di una ragazzina, e vedere il nonno che ride ormai rassegnato. Vedo mamma felice di raccontargli la sua giovinezza con pizzico di senso di rivalsa per avercela fatta, per aver vissuto una magica notte di capodanno e per avergli fatto capire che ha fatto le scelte giuste nella vita.
Nonno
racconta di come sia stato difficile sposare cinque figli. Di quando la sera
tornava tardi dal lavoro e fosse costretto a sopportare nuovi pretendenti alla
mano delle sue figlie.
Queste
storie le ho già sentite mille volte, ma oggi le vedo con gli occhi del nonno.
Mi
racconta di quando è arrivato in Lombardia, quasi allo sbaraglio con al suo
attivo “solo” una grande volontà e onestà e due occhi fieri che chiedevano un
lavoro.
Era
davvero tutto così difficile all’epoca. Io oggi mi lamento se il climatizzatore
dell’auto è scarico o se, come questa domenica, c’è il blocco del traffico per
l’inquinamento. Ma cerco di sforzarmi ad immaginare cosa potevano essere lunghe
notti al volante, su strade dissestate come potevano essere quelle del
dopoguerra, con mezzi vecchi e insicuri, un carico pesante e tanta solitudine.
“Andavo a Napoli due volte a settimana, e non c’erano sabati o domeniche, e si
lavorava ventiquattro ore”, racconta il
nonno lontano da noi quasi
cinquant’anni. I suoi occhi tornano ancora stanchi quando ricorda che dopo il
viaggio era costretto a scaricare da solo le botti, con la schiena piagata
perché “non c’erano facchini che ti aiutavano”.
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Poi
sento arrivare nei suoi ricordi l’aria fresca della ripresa dove per tutti
c’era un lavoro. Lui era riuscito a diventare autista di linea con gli autobus.
Dal veneto arrivavano richieste di lavoro per tutti i parenti. Mi racconta che
in casa il pranzo era per venti persone alle volte, perché arrivavano le
sorelle, i fratelli e per tutti c’era un piatto e un posto di lavoro. In fin
dei conti Nino era quello che “aveva fatto fortuna”, se fortuna si può
chiamare. Mi prende un po’ della solita malinconia pensando a come di tutto il
niente che c’era allora, si faceva a metà con chi ne aveva bisogno, mentre oggi
che stiamo tutti bene qui in famiglia, non ci parliamo più e ho paura perché
sento che anche io sto cambiando un po’.
Mi
ricordo nonna quando si arrabbiava a dover cucinare in un pentolino piccolo,
ora immagino il perché.
Mamma
prende a raccontare anche di quando gli amici dello zio, a quanto pare tutti
belli, si fermavano a mangiare da loro. Mi sembra di sentire la nonna che
fingeva di lamentarsi per la confusione, ma con il cuore felice perché lei era
il perno di quella casa e chiunque entrasse doveva mangiare alla sua tavola.
Papà
ci ascolta, so che parte di questa storia l’ ha vissuta anche lui. Era in
un’altra terra, con un altro fiume che seguiva la sua strada, il Serio, ma
penso che la fame abbia unito tutti quelli che l’ hanno provata. La sua storia
non cambia molto, partiti dalla Val Seriana per approdare a Milano, con una
famiglia numerosa, dolorose perdite e tanta voglia di venirne fuori.
Ora
finge di fare il geloso (o forse non finge) mentre mamma racconta di come
sospirava per gli amici dello zio, e lui si vendica pensando che tra tutti, lui
è quello che ce l’ ha fatta davvero e, che con le sue gambe di “piccinin”, di
strada ne ha fatta tanta e ha permesso di farla anche a noi. Questo sarebbe un
capitolo a parte che spero di poter scrivere con i fatti che possano raccontare come io ami mio padre
e mia madre e di come sia loro riconoscente per avermi permesso di essere come
sono.
L’atmosfera
ora è serena, i ricordi sono piacevoli,
il tg è finito. Sento le pagine del libro dei racconti sfogliare e arrivare
lentamente alla fine.
Nonno
trionfa con il suo sorriso e ricorda quando, con i colleghi della STIE si
faceva a gara per vedere chi aveva la patente più anziana e orgoglioso,
ricordando la strada fatta, sfoggia il suo vanto “la mia patente era la più
vecchia”.
Hai
visto nonno? L’ho scritto io per te questo capitolo della tua storia.
Dedicata
a mio nonno
Con affetto