Come un abito dismesso
“E’ la notte sbagliata per
fare il lavoro. Fa troppo freddo. Passami ancora un po’ di Whiskey che mi scaldi
le ossa.”
“Hai sentito di quei
due? Pare che stiano facendo fortuna!”
“Gli irlandesi?... “
“Ah non mi importa di loro, facciamo questo lavoro e poi che
vadano al diavolo. Vedrai non potranno farla sempre franca.“
“Non sarà certo la polizia
a fermarli! Un morto in più o in meno di quelli non smuoverà neanche l’ultimo
cadetto”
“Oh non parlo certo della
polizia, girano voci. Al pub l’altra sera c’erano dei tizi che chiedevano di
loro e non avevano certo l’aria amichevole. Avanti, muoviamoci ora, sto
congelando e vediamo di fare in fretta, ricordi le indicazioni di Rose?”
“Certo, ho segnato qui la
via. Troveremo delle scale e una cantina dalla porta verde. Sento dei passi e
tra poco sarà l’alba, spicciamoci”.
****
Il mattino era gelido. Il selciato
ghiacciato dal freddo sceso dai monti, era ancora deserto alle prime luci di
quel pallido sole. Dalle vetrine ammassate, si rincorrevano scalpiccii di
preparativi per una nuova giornata di lavoro. Il profumo di pane appena
sfornato, si confondeva a quello acre dell’umidità marina. Dei passi veloci
rompevano la quiete di quel lento risveglio e un’ombra, chiusa tra il bavero
troppo rigido e un cappello calcato sulla fronte, si dirigeva furtiva verso la
casa del vecchio Dack.
Due tocchi veloci alla porta
della casa turchese e subito l’uscio si schiuse. “Ti stavo aspettando Rose, sei
in ritardo! Mr. Morris è già spazientito”. Il viso, appena intuibile dietro la
barba troppo incolta di Mr. Dack, sembrava pronto a sputare, con un colpo di
tosse, tutte le fiamme dell’inferno. Odiava fare aspettare Mr. Morris! Non
riusciva a sopportare più del necessario quel disgustoso olezzo di colonia che
Mr. Morris spargeva per la stanza, sbandierando il fazzoletto di seta portato
costantemente al delicato naso per proteggerlo da, quello che lui definiva, “il
puzzo della povertà”.
Rose aprì decisa la porta
sgangherata della mansarda, si tolse sciarpa e cappello e scoprì un angelico
viso di donna sopra rozzi abiti da uomo.
Mr. Morris la guardò
indignato e iniziò subito a inveire contro Mr. Dack. Non intendeva gestire
affari con una donna travestita da pezzente lui! Rose lo gelò con lo sguardo e
lo interruppe : “Non sia ipocrita, mi sembra che in questo schifo di affare
siamo tutti dalla stessa parte … Mr. Non sono certo corsa fin qui con questo
dannato freddo per perdermi in minutaglie aristocratiche di creanze o che so
io. Il lavoro è stato consegnato come da accordi, ora onori il suo debito e non
ci saremo mai conosciuti.”
Mr. Morris porse un fascio
di sterline che Rose contò velocemente, poi prese la porta e se ne andò senza
nemmeno un cenno di saluto.
Mr. Dack sprofondò nella
sua logora poltrona e rimase a fissare Rose che, appoggiata al davanzale
dell’abbaino, guardava la strada con sguardo impassibile.
“Dovresti smetterla di
parlare così. Prima o poi pesterai i piedi a qualcuno che non si accontenterà
di tornarsene a casa dandoti le
spalle”.
“Andiamo Dack, non farmi
la predica” e continuò a guardare il vuoto dietro i vetri sporchi. La conosceva troppo bene e preferì lasciare
che il silenzio quietasse gli animi. Si immerse nella lettura del giornale ma non
arrivò nemmeno alla seconda colonna dell’articolo, che Rose lo interruppe.
“Questa volta la posta è
alta. Gli irlandesi mi stanno cercando. Mi è stato riferito che sarebbero
interessati al mio lavoro per una faccenda che arriva direttamente dalle alte
sfere dell’Università. Chiaramente i Sig. Dottori non sono molto interessati a
sapere da che parte arriva “il materiale”, ma le loro sanguisughe sono disposte
a pagare bene per rendere il servizio al loro padrone”.
“Stai scherzando Rose?
Quelli non sono affari, quelli sono morti ammazzati. Lo sai vero? E guardami!
Lo sai in che giri sono quelli? Non ti sto parlando di far sparire qualche
barbone morto per le strade di Edimburgo o qualche vecchia donnaccia. Quelli
servono più da morti che da vivi e lo sai meglio di me”
“Dack, con questo affare
potrei veramente pensare di cambiare le cose. Soldi Dack, tanti soldi, ce ne sarebbe
per tutti e la finiresti di vivere in questa topaia tarlata…”
“Rose ma dove vivi? Ecco
leggi il giornale!! Anche oggi un elenco di omicidi e morti misteriose. La
gente comincia a sospettare e si vocifera di strani affari all’università. Mr.
Morris, poco fa, si è fatto scappare un nome, un certo Dott. Knox. Pare sia
stato lui a dare il via ai ns. affari e pare che stia diventando sempre più
folle ed esigente. Cadaveri veri Rose, gente uccisa per fornire materiale a quel pazzo e a quelli come
lui, ecco cos’è il tuo mucchio di soldi!”
“No Dack, ti sbagli! L’affare resta lo stesso di sempre. Devo
solo pensare al trasporto e assicurare discrezione e bocche chiuse. Mi hanno garantito
che le voci che girano sugli irlandesi sono assolutamente false. Hanno solo
allacciato rapporti con scienziati famosi che offrono più denaro, ma non si
mettono ad ammazzare gente. Dai Dack, lo sai anche tu che le voci giù in strada
parlano anche quando non c’è niente di cui parlare”.
Lo baciò sulla guancia
frettolosamente salutandolo: “Ciao vecchio brontolone”. Raccolse sciarpa e
cappello e scese le scale.
Appena fu sul marciapiede
il gelo pungente le sferzò il viso e decise
di scendere fino in fondo alla strada e bere un caffè da Will. Chiuse il freddo
alle sue spalle e un balsamico odore di caffè e whiskey le fecero tornare il
buon umore. Si sedette al bancone e scambiò qualche battuta con il solito Will
che, per tutta risposta ,le servì subito del buon caffè caldo e qualche
galletta d’avena.
Il pub era ancora vuoto, solo in fondo al bancone sedeva un
giovane intento nel leggere un librone
tanto alto da ucciderci gli scarafaggi con un solo colpo. Rose chiaccherava,
Will l’ascoltava mentre preparava il suo famoso cock-a-ieeke che avrebbe
servito per il pranzo. Un urlo improvviso riecheggiò tra i tavoli e Will iniziò
a premersi con forza le mani. Il sangue
prese a gocciolare su pollo e porri.
Imprecò e allontanò da sé il coltello con il quale si era appena tagliato
la mano. Mentre già ondeggiava in preda
allo shock, lo sconosciuto in fondo al bancone gli fu accanto e senza troppe
cerimonie strinse forte l’estremità del dito tagliato e ordinò a Rose di
trovare in cucina della stoffa per bendare il dito. Lei fu svelta e si mise ad osservare il soccorritore che
indossava sul volto la stessa imperturbabile concentrazione che, solo un istante
prima, era rivolta alle sue letture.
Appena Will si riprese,
chiese a Rose di servire un “caffè alla Will” al suo soccorritore. Lei si mosse
lenta e con diffidenza felina, senza quasi distogliere lo sguardo dallo
sconosciuto. Gli portò la tazza e si sporse sul bancone allungandosi silenziosa
verso di lui.
“Ehy grazie amico, per il
pollo penso che dovrai tornare un altro giorno!” disse Will mettendosi a pulire
quel disastro, ma ebbe ancora un mancamento e Rose lo incalzò :“Ehy Will,
possibile che ti sia così rammollito, guarda il nostro amico londinese come
riesce a rimanere freddo anche davanti a questo spreco di sangue e whiskey che
ti scorre nelle vene”. E rise riducendo i suoi occhi blu in una sottile ferita
luminosa.
“Come sa che sono
londinese?”
“Oh, lo portate scritto
sul viso. Una lettera scarlatta stampata in piena fronte!”
Sorrise imbarazzato e si
presentò:
“Dave Harrington”
“Harrington… che nome
elegante. E che ci fa un Harrington qui,
nei bassi fondi di Edimburgo?”
“Sono al pensionato
dell’università, qui voltato l’angolo.”
“Oh Will hai sentito?
Questo studente ti ha appena salvato la vita!”
“Ehm, veramente sono dottore
e da qualche anno direi!”
“Oh scusi dottore” rise
sarcastica.
Il giovane Dott.
Harrington perse a poco a poco la sua timidezza e restò a parlare con Will il
ferito e … Rose. Pallida come una fredda mattinata scozzese, intrigante come una
gatta, non si fermava un attimo. Aiutava Will a riassettare il bancone e
intanto chiedeva, incalzava, rideva di un sorriso tagliente e amaro e
trafiggeva con due occhi blu dalle profondità oceaniche.
Quando tutto fu in ordine,
si asciugò le mani e, sinuosa, abbandonò il bancone per sedersi più comodamente
accanto al dottore.
“Bene, finalmente ti sei
fermata. Così lavori qui Rose?”
“Oh no, figuriamoci! Will
ed io siamo amici, direi fratelli, e senza di me è un uomo perso” e si voltò
verso l’amico, accarezzandolo con uno sguardo familiare che lui, dolcemente,
ricambiò. Il Dott. Harrington rimase folgorato da quell’espressione quasi
fanciullesca che cozzava con gli abiti maschili di lei e il suo tagliente
sarcasmo. Fu sollevato dal sapere che Will era solo un amico, ma un attimo dopo
si sentì stupido a provare quella stana gelosia per una ragazza che conosceva
appena.
“E di che ti occupi quindi? Parlami di te…”
Rose, tornò glaciale e
distante, i suoi oceani si ghiacciarono quando rispose:
“Mi occupo di affari miei,
dottore”
“Dai Rose, non essere
sempre la solita” si intromise Will “Non farci caso Dave, è mutevole come ogni
donna! Non ci hai ancora spiegato a chi hai pestato i piedi per essere spedito
qui nella fredda Edimburgo e in un misero pensionato per giunta”
“Partecipo ad un progetto
universitario. Stiamo lavorando alla stesura di una enciclopedia di anatomia”
Will fece una faccia
disgustata “Dio ma non è una cosa così
noiosa? Anni sepolti da quintali di carta per poi tornare a scrivere nuova
carta!!”
Rose sorrise sarcastica.
“Sai Will noi dottori
siamo tutti un po’ strani. E’ che vedi, in questi anni stanno cambiando molte
cose in medicina. Finalmente molte leggende e credenze popolari stanno
lasciando il posto ad un’attenta analisi che utilizza nuovi metodi di
ricerca...”
Rose ebbe un fremito e si
mise ad ascoltare con sempre maggiore preoccupazione ed interesse. La curiosità
risultò più incalzante di ogni ritrosia e così si intromise nella discussione
tra i due cercando di carpire qualche informazione utile ai suoi affari.
“Uhm e così tocca leggerti
tutti quei libroni dottore? Finirai con il perderci la vista”
Dave la guardò rincuorato
nel vederla più distesa e le spiegò, con tutto quell’entusiasmo che lo
pervadeva ogni volta che parlava dei suoi studi, che la ricerca di cui si
occupava era finalizzata all’analisi di ogni singolo organo e tessuto al fine
di stilare una dettagliata definizione enciclopedica ma, al contempo, seguiva
un percorso parallelo con un gruppo di colleghi, che utilizzava lo studio dei
cadaveri per verificare l’interazione di
alcune sostanze che pare possano essere causa dei, purtroppo numerosi, decessi
in fase di operazione chirurgica…” Poi si interruppe imbarazzato, scusandosi
per essere stato prolisso e noioso.
Rose lo guardava incuriosita
e preoccupata, ma non poteva non sorridere nel vedere quanto il dottorino fosse
impacciato nel parlare. Pensò che era così diversa ora la sua espressione, più
distesa e timida, lontana dallo sguardo fermo e dai gesti sicuri di qualche
istante prima, mentre medicava Will. Forse erano state le due tazze di whiskey
and coffè alla Will a sciogliere un po’ quella rigida compostezza. Dentro di sé
sperava, per qualche assurdo motivo, che il dottorino fosse lontano dal quel
mercato di morte che girava intorno all’università.
Lei stessa era stanca e
disgustata. Ne aveva visti decisamente troppi di cadaveri nella sua vita: prima
i genitori e poi il piccolo Timoty che aveva cercato in ogni modo di salvare da
quella dannata polmonite. Fu proprio per cercare di curare il fratellino, che
iniziò a trafficare per le strade, cercando in qualunque modo di raccimolare
qualche soldo. Troppo piccola e troppo disperata. Troppo per vedere tutto lo
schifo che girava per la città in ore in cui, qualunque altra ragazzina,
sarebbe dovuta essere a casa con la famiglia. Vide ogni cosa Rose, dagli
ubriaconi che morivano sui marciapiedi, alle prostitute e gente accoltellata. Fu Will a trovarla, addormentata e sporca su
di un marciapiede vicino alla casa turchese in una notte di novembre. Stava per
urlarle di andarsene convinto che fosse il solito barbone venuto a smaltire la
sbornia sull’uscio del suo locale. E invece trovò lei e da allora se ne prese
cura insieme a Mr. Dack, suo lontano parente.
Una notte di qualche anno
prima, mentre aiutava Will a chiudere il locale, Rose inciampò in un mucchio di
cenci e carne ammucchiati tra i sacchi della spazzatura e la porta del
pub. Lo scrollò, lo insultò e gli disse
di andarsene da lì, ma questo non si mosse. Non fece nemmeno in tempo a capire
cosa dovesse fare, quando vide due ombre avvicinarsi e chiederle quanto volesse
per quel mucchio di ossa. Rose li guardò non riuscendo a pronuciare una sola
parola, presa dallo shock di trovarsi di nuovo accanto ad un cadavere e non
riuscendo a capire chi fossero le due ombre e cosa volessero da lei.
Senza indugiare troppo, i
due le buttarono addosso cinque sterline e portarono via il cadavere. Scoprì più tardi, parlando con Mr. Duck, che
i due “ressurrezionisti” giravano spesso nel quartiere la notte, alla ricerca
di qualche barbone o di qualche donnaccia lasciati a morire per strada. Non
sapeva bene cosa facessero di quei corpi, ma si vociferava che venissero
utilizzati per esperimenti di alcuni scienziati. Pensò che forse era stata una
fortuna avere a che fare con loro e che ne avrebbero potuto trarne maggiore
vantaggio. Rose non disse nulla. Mr. Dack allora la incalzò spiegandole che ci
sono persone che nascono per non fare nulla di buono nella vita, che sprecano
ogni cosa fino al giorno in cui muoiono coperti dall’alcool in qualche sudicia
via della città e che la morte è forse
la miglior cosa che possa capitare loro. Rose rimase da prima interdetta, poi
iniziò a pensare che in vita sua la morte le aveva portato via ogni cosa e che
probabilmente questa era l’ occasione per pareggiare la partita. In fin dei
conti forse aveva ragione il vecchio Dack, quando diceva che quella gente
serviva più da morta che da viva. Non faceva nulla di male a sottrarre i loro
cenciosi corpi alla terra del cimitero per darli in pasto ai luminari della
medicina.
“Dunque anche tu tagli e
cuci cadaveri come si sente in giro dottore?” Chiese Rose.
“Si ecco… l’autopsia dei
cadaveri è assolutamente fondamentale per questo genere di ricerche. ”
“E non pensi che sia
sbagliato profanare un corpo?” Chiese curiosa di sapere come il Dott. Dave
Harrington riuscisse a placare quei sussurri della coscienza che lei sedava con
massicce dosi di cinismo e crudeltà, ogni
volta che incassava dei soldi che puzzavano di morte.
Dave si fece serio e tornò
di nuovo quel viso impegnato di prima.
“Vedi Rose, io sono un
chirurgo. Ho visto un sacco di persone, di bambini , morire sotto i ferri.
Credo che nessun dio o nessun’ altra illusione
per bigotti, possa permettere che questo accada. Quando un cuore smette di
battere, non c’è preghiera che possa cambiare le cose. Poi che resta?
Disperazione di vedove, madri, padri, mariti e figli e un corpo immobile. Non
posso accettare che il mio lavoro finisca lì Rose, con un telo a coprire il
viso di qualcuno che non ho salvato. L’unico modo per cambiare le cose è
studiare e cercare quelle dannate cause e se, per salvare una vita umana, devo
sezionare il corpo di un cadavere, non esito a farlo. Quando muori di te resta
solo un corpo e un corpo morto è come un vecchio abito dismesso. Puoi decidere
di buttarlo in una fossa o regalarlo a qualcuno che ne farà un uso migliore,
poco importa a chi se n’è andato.”
Subito dopo quelle parole,
nel locale sembrò che qualcuno avesse spalancato l’uscio. Tutto il freddo della
città entrò nella stanza raggelando qualunque buon umore potesse trovare
ristoro in quel luogo. Quella
discussione l’aveva spossato e decise di fare quello che sapeva fare meglio.
Raccolse i suoi libri e salutò goffamente, correndo a riprendere i suoi studi,
lottando con la forza della sua ragione a rendere quella dannata falce oscura
più improbabile e meno cruenta. Mentre
faceva rientro al pensionato, pensò che aveva esagerato, che sarebbe ritornato
da Rose l’indomani. Quella strana ragazza lo aveva colpito. C’era qualcosa in
lei che l’attraeva e allo stesso tempo lo faceva sentire sul filo di un rasoio.
Domani. Domani l’avrebbe
convinta che non era un mostro. L’avrebbe convinta che anche un dottore
londinese può essere una buona compagnia. Le avrebbe chiesto di uscire, di
visitare insieme la città. Magari l’avrebbe anche baciata, o almeno ci avrebbe
provato. Domani sì, domani avrebbe fatto tutto.
Anche Rose uscì dal
locale. Le parole di Dave l’avevano scossa. Si pensò stupida. Lei che
trafficava cadaveri, si faceva degli scrupoli per le parole di un dottorino
appena arrivato in città. Camminava, ma non riusciva a smettere di pensare
all’espressione seria di Dave. Decise che avrebbe fatto un sopralluogo per organizzare
quel dannato ultimo lavoro, nonostante un tarlo di inquietudine continuasse ad
agitarsi dentro di lei. Seguì le
indicazioni che le aveva fornito il suo gancio e trovò facilmente il negozio di
liquori con l’insegna “O’Neal”. Girò l’angolo e vide la porta verde della cantina dove avrebbe trovato il cadavere
da trasportare. Le avevo chiesto di muoversi con discrezione e di aspettare il
coprifuoco, quando gli ostelli degli studenti spegnevano le luci. All’ingresso
secondario dell’ università avrebbe trovato chi l’avrebbe condotta per le
sotterranee dell’edificio. Lì il suo lavoro terminava e poteva ritirare il
denaro non appena il corpo fosse arrivato nei depositi della facoltà.
Per un attimo ebbe un
tremito e pensò di andarsene. Poi sentì delle voci e decise di scendere quelle
macilente scale per origliare un po’ prima di decidere il da farsi. C’erano
degli uomini che discutevano. Sbirciò tra le assi sconnesse della porta e
riuscì ad intravedere solo il volto di uno di loro. Aveva pochi capelli
rossastri, gote rosse e labbra sottili in un viso paffuto. Era sudato e
continuava a tirare calci a qualcosa o qualcuno. Sospinse silenziosa la porta e
vide un uomo in ginocchio. Un tizio lo teneva per i capelli e l’uomo dai
capelli rossi lo picchiava. Ad un certo punto, con un guizzo, quest’ultimo
prese il collo dell’uomo tra le sue mani tozze e si mise a premere con tutte le
forze. L’uomo in ginocchio cercava di urlare, non potendo muovere le mani per
liberarsi poiché legate dietro la schiena. Gli occhi sembravano pronti a
schizzare fuori dalle orbite, divenne viola in volto. Dopo qualche istante, che
sembrò eterno, fu lasciato cadere riverso sul pavimento.
“Fatelo sparire, avanti”
disse l’uomo che solo un attimo prima aveva ucciso un altro uomo.
Rose rimase impietrita.
Non riusciva a respirare, né a muovere un solo dito. Un urlo le soffocava la
voce e il pianto, per troppo tempo represso, stava per inondarle il viso.
Indietreggiò scivolando su di un gradino ghiacciato e cadde rumorosamente su
delle bottiglie vuote.
“Chi è là?” Ruggì una voce
minacciosa. Rose cercò con mani e piedi
di rialzarsi per correre lontano da quella cantina maledetta, ma qualcuno le
fermò, con una dolorosa stretta, la caviglia e la trascinò giù. Sbattè un labbro su di un gradino ferendosi.
Poi due tenaglie la presero per le spalle e la scaraventarono sul pavimento
della cantina. Rose tremava e non riusciva a parlare mentre gli irlandesi la
incalzavano di domande. Uno di loro le
prese le mani e le legò forte dietro la schiena poi le strinse una benda sulle
labbra. In un attimo Rose si trovò nella stessa posizione che un’attimo prima,
era stata della vittima. Mentre
l’irlandese dai capelli rossi stava per fiondarsi su di lei, l’altro lo
interruppe: “Non pensi che due morti possano essere troppi?” L’altro si fermò
un secondo a riflettere. Rose pensò di avere una speranza di salvezza.
L’irlandese dai capelli rossi sentenziò con criminale razionalità: “Non
possiamo permettere che questa ragazzina vada in giro a raccontare storie.
Siamo già abbastanza nei guai. L’altra
sera al pub cercavano di noi, lo sai meglio di me” La prese per il collo e la strascinò in cima alle scale guardando
di non essere visto. Rose svenne dal terrore. La gettò di sotto. Le spezzò il
collo. “Così penseranno ad una caduta
accidentale di questa piccola ficcanaso. Chiama quei due stupidi becchini e fai
in modo che spariscano entrambi. Faremo un regalo inatteso ai nostri amici
scienziati”
****
“E’ la notte sbagliata per
fare il lavoro. Fa troppo freddo. Passami ancora un po’ di Whiskey che mi
scaldi le ossa.”
“Hai sentito di quei
due? Pare che stiano facendo fortuna!”
“Gli irlandesi?... “
“Ah non mi importa di loro facciamo questo lavoro e poi che vadano
al diavolo. Vedrai non potranno farla sempre franca.“
“Non sarà certo la polizia
a fermarli! Un morto in più o in meno di quelli non smuoverà neanche l’ultimo
cadetto”
“Oh non parlo certo della
polizia, girano voci. Al pub l’altra sera c’erano dei tizi che chiedevano di
loro e non avevano certo l’aria amichevole. Avanti, muoviamoci ora, sto
congelando e vediamo di fare in fretta, ricordi le indicazioni di Rose?”
“Certo, ho segnato qui la
via. Troveremo delle scale e una cantina dalla porta verde. Sento dei passi e
tra poco sarà l’alba, spicciamoci”.
Così dicendo, Caronte e il
suo aiutante, svoltarono l’angolo e
scesero a caricare i corpi coperti da cenci, sul loro carretto. Li coprirono poi lenzuola fingendo di
portare vettovaglie per l’università.
Compirono il loro compito come pattuito e si dileguarono.
****
“Prof. Harrington, vorrei
chiederle di spiegarci perché decise di deporre al processo. Non andava contro
quello che lei oggi ci insegna?” chiese uno studente con lo sguardo
curioso e un guizzo provocatorio”
Deve sospirò, non era
certo la prima volta che doveva dare delle spiegazioni su quella faccenda e
sicuramente non sarebbe stata l’ultima.
“Bene, ruberò un po’ di
tempo alla vostra lezione… Quella mattina la mia assistente mi aspettava
ansiosa nei corridoi, incalzandomi “Dott.
Harrington si sbrighi, i suoi colleghi la stanno già aspettando in sala”. Entrai chiedendo scusa ai colleghi e mi concentrai sul materiale da
analizzare, come da protocollo previsto. Vidi gambe sottili e pallide di donna
con qualche ecchimosi sulle ginocchia e lungo l’asse femorale. Un ventre piatto e giovane, un seno tondo. Un corpo qua e là profanato da lividi ed
escoriazioni. Capelli rossi sparsi sul tavolo e occhi che sapevano di
profondità oceaniche per sempre inariditi dietro palpebre chiuse. Rose.
Il mio “domani” era finito
con l’oggi di Rose. Una voce argentina e maliziosa, una pioggia di domande
incalzanti, luce dai capelli e dagli occhi ad illuminare un pidocchioso pub. Avrei
dovuto baciare quelle labbra ormai livide, ecco il mio programma per la
giornata e non profanare quel corpo per me sacro e irraggiungibile. C’era
qualcosa in quella stanza che non sapeva di sterile morte. Quel corpo nudo,
quasi inguardabile, era Rose. Rose che graffia con il suo sarcasmo, che ti
guardava e ti ipnotizzava. Non era un abito dismesso, ma una diafana veste di
seta che non puoi gettare tra gli stracci.
In quel momento capii che
le mie teorie e la mia ambizione nella ricerca avevano prevaricato i basilari
principi umani e professionali. Voglio
mettere questa mia esperienza al vs. servizio, signori. Domani saremo colleghi
e toccherà noi il compito di preservare il nostro lavoro da quel perverso meccanismo
di allontanamento emotivo, da questo processo di distacco in atto rispetto a
qualcuno divenuto irrimediabilmente assente. Non possiamo ridurre il corpo,il
cadavere, ad un oggetto destinato alla decomposizione, all’annullamento. La medicina deve porre attenzione alla
ricerca e alla didattica, innanzitutto rivolgendosi all’analisi delle malattie,
sulle singole parti affette e al corpo in quanto entità materiale, ma al tempo
stesso, questo processo analitico ci può indurre alla rimozione dell’umano. Il
nostro compito è curare l’umano e
nessuna ricerca o idea illuminata può forviarci da tale obbiettivo (1). Spero
di avere soddisfatto la sua curiosità signore”.
(1) Liberamente tratto da
“Invention of solitude” di Paul Auster.